Blues again(st)

La lettura sociologica parrebbe suggerire che, in tempi di crisi, certo country blues calzi bene, perché perfetto per svolgere una necessaria funzione di catarsi. Ossia, mettendo in musica le brutture del mondo (e quale musica meglio del blues?), semplicemente non ci pensi. O magari ci pensi, ma le fischietti su un motivetto allegro in 4/4, senza rammaricartene troppo. Una spiegazione da salotto tv, lo ammetto, per illustrare un fenomeno come la fioritura della nuova scena blues di Roma. Senza citare i soliti noti, vorrei invece scomodare questa one man band chiamata The Blues against the youth, due album all’attivo, Pure at heart blues uscito nel 2011 e Trapped in the country di quest’anno, entrambi ascoltati ininterrottamente da giorni.

Ora diceva Rossellini che ogni nuova generazione dovrebbe ribellarsi ai suoi padri, altrimenti non avrebbe senso d’esistere. Quindi, lecito pensare che i vecchi, con i loro giradischi, bourbon e ricordi – quanto mai attuali – della DC, siano oggi più organizzati che in passato per la difesa dello status quo. E io è per loro che parteggio. Sarà che sto diventando vecchio e sono più per il blues e meno per la youth.

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